Dalla denuncia della guerra al rapporto con il padre, passando per l’amore e la paura del tempo che passa: con TuttoBrunori, Dario Brunori porta a teatro uno spettacolo in cui le canzoni diventano parte di un racconto più ampio. E da cui emerge una domanda: ha ancora senso che un cantante si esponga politicamente?
Quando ho comprato il biglietto per TuttoBrunori, lo spettacolo teatrale di Brunori Sas, un anno fa, sapevo che non sarei andata ad ascoltare soltanto delle canzoni. Il progetto era stato presentato come un incontro tra musica, monologhi e riflessioni, un’occasione per entrare nell’universo di un cantautore che non ha mai separato del tutto la propria dimensione personale da quella collettiva.
Dopo aver assistito allo spettacolo, credo che definirlo semplicemente un concerto sarebbe riduttivo e sbagliato. La musica c’è, naturalmente, ma è il racconto a occupare il centro della scena. Per quasi tre ore, Brunori alterna due canzoni a un monologo, costruendo un percorso in cui le parole preparano il terreno alla musica e le canzoni, a loro volta, restituiscono una dimensione emotiva a ciò di cui si è appena parlato.
È una struttura che permette di attraversare temi molto diversi senza avere la sensazione di trovarsi davanti a una successione casuale di argomenti. La politica, la guerra, la violenza, la famiglia, l’amore e il tempo che passa finiscono per appartenere allo stesso racconto, quello di un uomo che prova a interrogarsi sul mondo e, contemporaneamente, su se stesso.
Rispetto ai concerti negli stadi a cui sono abituata, qui cambia completamente il rapporto tra musica e narrazione. Non è la quantità di canzoni a definire la serata, ma il modo in cui ciascuna trova il proprio spazio all’interno dello spettacolo. Il repertorio è misurato, ma non per questo passa in secondo piano: le canzoni non devono sostenere da sole tutto il peso della serata, perché a costruire il percorso contribuiscono anche i monologhi.
Il risultato è uno spettacolo che trova un equilibrio tra comicità, riflessione e musica, senza che una componente finisca per oscurare le altre.
La musica può ancora prendere posizione?
Una parte importante dello spettacolo è dedicata alla politica e alla denuncia del presente. Brunori affronta le contraddizioni della società, critica la parte politica avversaria e si sofferma sulla guerra, sulla violenza e sulla difficoltà di prendere posizione davanti a ciò che accade nel mondo.
Qui nasce una delle domande che mi sono portata dietro per ore dopo essere uscita dal teatro: ha ancora senso che un cantante si esponga politicamente?

Non credo che ogni artista debba necessariamente diventare un attivista, né che sia obbligatorio avere un’opinione pubblica su tutto. Ma se la musica ha la capacità di raggiungere le persone, creare connessioni e dare voce a ciò che spesso fatichiamo a esprimere, perché rinunciare a questa possibilità per paura delle reazioni?
Pensare al cantautorato italiano significa fare i conti con una tradizione nella quale la musica non è mai stata soltanto intrattenimento. Da Francesco Guccini a Fabrizio De André, molti autori hanno utilizzato le canzoni per raccontare le contraddizioni della società, interrogare il potere e dare voce a chi rimane ai margini.
Il punto non è stabilire che tutti debbano fare lo stesso, ma riconoscere che la musica può essere anche uno strumento per leggere il presente. E che il silenzio, pur non essendo sempre sinonimo di indifferenza, non dovrebbe diventare l’unica alternativa possibile alla polemica.
Il tempo che passa, il padre e la paura di perdere chi amiamo
Se la politica rappresenta una delle componenti più esplicite dello spettacolo, è nella dimensione personale che il racconto acquista una profondità diversa. Tra i temi che attraversano i monologhi c’è il rapporto con il tempo, una presenza quasi costante anche quando non viene nominata direttamente.
Il trascorrere degli anni, la paura di perdere le persone che amiamo, il pensiero della morte e la difficoltà di accettare che la vita continui a cambiare sono questioni che, in modi diversi, riguardano tutti. Brunori le affronta partendo dalla propria esperienza, senza rinunciare all’ironia che caratterizza il suo modo di raccontarsi.
Particolarmente significativo è il blocco dedicato al padre, scomparso senza aver potuto assistere a una parte importante della vita del figlio: la sua carriera musicale, il successo e la nascita della figlia.
È una riflessione che supera la vicenda individuale di Brunori. Il rapporto con il padre diventa un modo per parlare della memoria, del bisogno di essere visti da chi ci ha cresciuti e della consapevolezza che non tutto ciò che avremmo voluto vivere insieme può trovare il proprio compimento.
L’amore è un altro dei temi centrali di TuttoBrunori. Non viene raccontato soltanto come sentimento romantico, ma come esperienza che mette in discussione le nostre certezze, ci espone alla vulnerabilità e ci costringe a fare i conti con il tempo.

Nello spettacolo, le riflessioni sugli affetti si inseriscono in un discorso più ampio sulla difficoltà di vivere sapendo che niente è completamente sotto il nostro controllo. Amiamo persone che possono cambiare, attraversiamo fasi della vita che non possiamo fermare e cerchiamo di costruire qualcosa pur sapendo che non esistono garanzie assolute.
È una dimensione che si lega anche alla paura: la paura di perdere, di sbagliare, di non essere all’altezza e di non riuscire a vivere pienamente le esperienze che ci vengono offerte. Brunori non prova a risolvere queste contraddizioni, ma le mette in scena attraverso un linguaggio che riesce a passare dalla risata alla riflessione senza perdere naturalezza.
Tra i momenti musicali che mi hanno colpita maggiormente c’è Canzone contro la paura, che considero una delle sue canzoni più belle. All’interno di uno spettacolo che dedica tanto spazio alle inquietudini individuali e collettive, il brano assume un significato particolare: dopo aver attraversato il timore del giudizio, la violenza, il tempo che passa e la possibilità della perdita, la musica torna a ricordare quanto sia importante non lasciare che la paura occupi tutto lo spazio disponibile.
Non si tratta di fingere che le difficoltà non esistano, né di trovare una risposta semplice a problemi complessi. Piuttosto, di riconoscere che la paura fa parte dell’esperienza umana senza dover necessariamente diventare il criterio con cui prendiamo ogni decisione.
È anche questo che rende efficace l’alternanza tra parole e canzoni: i monologhi permettono di analizzare un pensiero, mentre la musica restituisce a quel pensiero una dimensione che non sempre è possibile spiegare fino in fondo.
L’ironia di Brunori tra risate e riflessioni
C’è poi un elemento che, personalmente, aspettavo da tempo di vedere emergere con maggiore spazio: il lato comico di Dario Brunori.
Nei suoi concerti a cui ho assistito in precedenza, avevo già notato questa componente della sua personalità artistica, ma avevo spesso avuto l’impressione che mancasse un contesto capace di valorizzarla pienamente. Con TuttoBrunori, invece, sembra aver trovato una dimensione in cui la comicità può convivere con la musica e con le riflessioni più serie.
L’ironia non è un semplice intervallo tra una canzone e l’altra e nemmeno un espediente per alleggerire a tutti i costi ciò che viene raccontato. È parte integrante del modo in cui Brunori guarda alla realtà, comprese le proprie contraddizioni.
La risata diventa così uno strumento per avvicinarsi a temi che, affrontati esclusivamente attraverso un discorso serio, rischierebbero di risultare più distanti. Si ride, ma subito dopo ci si ritrova a riconoscere qualcosa di familiare in quella battuta, in quel paradosso o in quella piccola incoerenza portata all’estremo.
È proprio questo equilibrio a convincermi maggiormente: Brunori riesce a essere comico senza rinunciare alla profondità e a essere serio senza trasformare ogni riflessione in una lezione. Il risultato è uno spettacolo in cui il suo modo di raccontarsi trova finalmente una struttura capace di valorizzarne le diverse sfaccettature.
Da Canzone contro la paura a Guardia ’82: il legame con il pubblico
Definire TuttoBrunori uno spettacolo teatrale più che un concerto non significa sminuire la componente musicale. Al contrario, credo che sia proprio la scelta di non affidare alle canzoni tutto il peso della serata a permettere loro di trovare un significato ulteriore.
La quantità di brani è misurata rispetto a quella a cui sono abituata nei concerti negli stadi a cui vado solitamente, ma questo non significa che la musica venga oscurata dai monologhi. Le canzoni che Dario canta abbracciando la sua chitarra entrano nel racconto, lo interrompono e allo stesso tempo lo completano, diventando parte di una struttura che ha un’identità precisa.
È un modo diverso di stare sul palco e di incontrare il pubblico, che non viene chiamato soltanto a cantare insieme all’artista, ma anche ad ascoltare una storia e a confrontarsi con le domande che ne emergono.

È stato soprattutto nel finale, quando Brunori ha cantato Guardia ’82, che è emerso con maggiore evidenza il legame tra lui e il suo pubblico. Oltre a essere probabilmente la sua canzone più famosa, è un brano a cui chi lo segue è legato visceralmente, tanto che lui lascia il ritornello alle urla di chi lo segue con gli occhi da sotto al palco.
Sentirlo cantare insieme alla platea ha reso evidente quanto quel rapporto vada oltre la semplice condivisione della musica. In quel momento, dopo quasi tre ore trascorse tra racconti personali, riflessioni politiche e canzoni, è apparso chiaro che, per quanto TuttoBrunori scelga di dare ampio spazio alle parole, il legame emotivo costruito attraverso la musica rimane il cuore dell’incontro tra Brunori e il suo pubblico.
Dopo quasi tre ore, ciò che rimane non è soltanto il ricordo delle canzoni, ma la sensazione di aver attraversato un percorso che tiene insieme dimensioni apparentemente distanti: la politica e la famiglia, la guerra e l’amore, la paura della morte e la comicità della vita quotidiana.
TuttoBrunori trova la propria forza proprio in questo equilibrio. Non pretende di avere tutte le risposte, ma riesce a mettere in relazione le contraddizioni del mondo con quelle di chi lo abita, partendo dalla convinzione che parlare di sé possa diventare un modo per parlare anche degli altri.
E forse è proprio questo che mi porto a casa dallo spettacolo: la possibilità che la musica non sia soltanto un luogo in cui rifugiarsi dalla realtà, ma anche uno spazio da cui provare a guardarla meglio.
Tornando alla domanda iniziale, non credo che un cantante debba necessariamente esporsi su ogni questione, così come non credo che prendere posizione significhi automaticamente avere ragione. Ma se la cultura può aiutarci a mettere in discussione le nostre certezze, a riconoscere le contraddizioni del presente e a non distogliere lo sguardo da ciò che ci riguarda, perché chiederle di restare in silenzio?
A volte il silenzio è una scelta legittima. Altre volte, però, può diventare una rinuncia al confronto. E forse la sfida non è chiedere agli artisti di avere tutte le risposte, ma lasciare loro la possibilità di porre domande, anche scomode, senza pretendere che la musica rimanga separata dal mondo in cui nasce.

